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Estratto da   informautismo

Periodico quadrimestrale di Autismo Italia – ONLUS
numero 13, gennaio – aprile 2006

LA PAROLA AGLI ESPERTI

TRATTAMENTI PER L'AUTISMO

Questo articolo è tratto dai corsi di formazione organizzati nel marzo 2006 a Siena e Arezzo dalla Fondazione Fabietti per l'Autismo, con la consulenza del prof. Fred Volkmar, Direttore del Child Study Center, Università di Yale, ed in particolare dalle relazioni di

Michael Powers - Strategie d'insegnamento per Bambini e Adulti con Autismo, Arezzo, Marzo 2006

Sally J. Rogers - Buone pratiche nell'intervento precoce per l'autismo, Siena, Marzo 2006

integrate da brani tratti da:

Laura Schreibman - The Science and Fiction of Autism, Harvard University Press, 2005

Traduzione e adattamento dei testi di D. Vivanti.

APPROCCIO PSICODINAMICO E APPROCCIO COMPORTAMENTALE

(da L. Schreibman, The Science and Fiction of Autism)

L’approccio psicodinamico al trattamento dell'autismo deriva da una concezione dell'autismo come malattia specifica causata da una patologia del genitore, ed in particolare della madre, che sfocerebbe in un ritiro del bambino da un mondo percepito come ostile. I trattamenti basati su questa concezione sono stati applicati estensivamente a partire dagli anni '40, quando l'autismo fu individuato e definito, fino agli anni '70, ma nessuna evidenza empirica ne ha mai sopportato l'efficacia.

Al contrario, l'approccio comportamentale considera l'autismo un disturbo specifico, caratterizzato da un quadro di comportamenti anomali per eccesso o per difetto. I comportamenti anomali per eccesso comprendono aggressività, auto-stimolazione, linguaggio ecolalico, mentre quelli per difetto comprendono i deficit comunicativi, sociali e nel gioco. Secondo i comportamentisti ognuno di questi eccessi ed ognuno di questi deficit si correva in modo specifico con fattori ambientali. Questa correlazione può essere identificata e trattata attraverso l'applicazione dei principi del comportamentismo. Secondo questo punto di vista, è possibile cambiare i comportamenti attraverso la manipolazione dell'ambiente.

Nel 1961, Ferster e De Meyer dimostrarono per primi che i bambini con autismo potevano imparare nuovi comportamenti attraverso l'applicazione di tecniche di apprendimento discriminante operante, a condizione che le risposte corrette ad un compito discriminante (premere un bottone) fossero rinforzate da una ricompensa contingente (una caramella o un giochino).

Sebbene il compito discriminante insegnato fosse molto semplice e non molto funzionale in termini di acquisizioni accademiche o di interazione sociale, lo studio indicava che i bambini con autismo erano in grado di apprendere, in un'epoca in cui si dubitava che potessero farlo. (C. B. Ferster. "Positive Reinforcementand Behavioural Deficits of Autistic Children", ChildDevelopment 32 - 1061).

Nel 1969, Lovaas e Simmons dimostrarono come i principi fondamentali della teoria dell'apprendimento potessero essere usati per controllare i gravi problemi di comportamento nell'autismo o nel ritardo mentale. (O. I. Lovaas and J. Q. Simmons: "Manipulation of self Destruction in Three Retarded Children" Journal ofApplied Behaviour Analysis, 3 - 1969). Lo studio era stato condotto su bambini che per gran parte delle loro giornate venivano trattati con il contenimento fisico, a causa di comportamenti auto-aggressivi incontrollabili con qualunque altra forma di trattamento. Sebbene alcuni dei metodi usati, che comprendevano interventi punitivi fisici, siano attualmente considerati improponibili, l'effetto del trattamento comportamentale su questi bambini fu eclatante, e dimostrò che comportamenti come l'auto-aggressività non erano il risultato di auto-punizione o di mancanza di differenziazione dell'ego, ma comportamenti appresi nell'ambiente, che avevano la funzione di evitare situazioni spiacevoli o di ottenere l'attenzione o l'accesso a qualcosa.

Nel 1975 il NIMH (National lnstitute of Mental Health) si è pronunciato sulla psicoterapia psicodinamica nell'autismo affermando che "non ha dato prova diefficacia e alla luce delle conoscenze attuali sull'autismo è improbabile che possa averne" (NIMH, Research on the Service of Mental Health, 1975). Sulla base di questi elementi - il fallimento degli approcci psicodinamici e le dimostrazioni empiriche di efficacia degli approcci comportamentali - a partire dagli anni '70 si moltiplicarono gli studi ed i programmi d'intervento basati sul modello comportamentale, che oggi è considerato l'intervento di scelta per l'autismo.

I TRATTAMENTI COMPORTAMENTALI

(da M. Powers, Teaching Strategies for Children andAdults With Autism
Adattato da Powers & Harris,
1999)

Il modello comportamentale d'intervento per l'autismo comporta l'applicazione sistematica dei principi della psicologia dell'apprendimento al comportamento umano, compresi i comportamenti più problematici.

Tutte le forme di trattamento comportamentale derivano dall'analisi sperimentale del comportamento, ovvero dalla scienza deputata alla comprensione delle leggi che regolano l'influenza dell'ambiente sul comportamento. Lo studio e l'applicazione di queste leggi a problemi socialmente significativi (fra i quali l'autismo) viene chiamata Analisi Applicata del Comportamento (Applied Behaviour Analysis ABA).

L'ABA non è un modello specifico di trattamento, ma una metodologia di applicazione e di ricerca che implica una progettazione sperimentale specifica dell'intervento.

L'ABA prevede l'insegnamento sistematico di piccole unità misurabili di comportamento. I compiti da apprendere, individuati sulla base del profilo di sviluppo, delle scelte e delle preferenze individuali, vengono suddivisi in piccole tappe, ognuna delle quali viene insegnata in sessioni d'insegnamento ripetute e ravvicinate, inizialmente in rapporto 1:1, secondo specifiche consegne (Stimoli discriminanti). Lo studente viene guidato a dare risposte semplici, sistematicamente incorporate in repertori di risposte appropriata all'età (apprendimento senza errori) attraverso suggerimenti (prompting) e conseguenze che funzionano efficacemente da rinforzo. Viene anche insegnato ad apprendere dall'ambiente naturale attraverso procedure d'insegnamento incidentale sulle competenze acquisite.

Procedure d'insegnamento ABA

Le procedure d'insegnamento dell'ABA prevedono la predisposizione di una struttura e l'uso di tecniche sistematiche d'insegnamento per creare un ambiente favorevole all'apprendimento. I compiti vengono presentati in modo comprensibile, frammentandoli nelle loro componenti e limitando i fattori estranei alla situazione di apprendimento che rendono difficile al bambino con autismo apprendere nuove competenze.

Rinforzi

Una conseguenza rinforzante è un evento di stimolo che aumenta la probabilità che la risposta (bersaglio) si verificherà nuovamente in condizioni analoghe. L'uso sistematico e strategico del rinforzo è forse lo strumento più potente a disposizione degli analisti del comportamento.

Per definizione, qualunque conseguenza del comportamento che aumenta la probabilità che il comportamento si manifesti nuovamente è un rinforzo. I rinforzi influiscono sempre sul comportamento con il quale sono contingenti, aumentando le probabilità che comportamenti analoghi si manifestino di nuovo. Non possiamo affermare che un qualunque evento stimolante dato sia un rinforzo per un comportamento finché non lo proviamo e ne osserviamo gli effetti sull'andamento del comportamento.

Per essere efficace il rinforzo deve essere conseguente a quanto succede. Questo significa che si deve richiedere al bambino di impegnarsi in un comportamento desiderato per ricevere una conseguenza potenzialmente rinforzante. Se la persona riceve il rinforzo quando non si impegna nel comportamento bersaglio, la procedura non funzionerà. Bisogna sempre richiedere al bambino di guadagnarsi il rinforzo impegnandosi nel comportamento.

Per essere efficace, un rinforzo deve essere somministrato durante o immediatamente dopo il comportamento bersaglio. Più è lungo l'intervallo di tempo fra il comportamento e la somministrazione del rinforzo, meno facilmente si incrementerà il comportamento. Se la conseguenza di un comportamento si presenta in modo immediato, coerente e contingento e non aumenta la frequenza del comportamento che segue, non è un rinforzo in quel contesto. L'ultimo comportamento esibito prima di ricevere il rinforzo è quello suscettibile ad essere incrementato. Per esempio, uno studente risponde correttamente, e mentre gli state somministrando un rinforzo alimentare, improvvisamente sbatte le mani. Il comportamento di sbattere le mani è il comportamento che è stato rinforzato. In questo caso, è meglio soprassedere al rinforzo ed aspettare una prestazione migliore.

Il rinforzo può essere sia positivo che negativo. Sia il rinforzo positivo che negativo aumentano la frequenza della risposta. I termini "positivo" e "negativo" non si riferiscono all'effetto sul comportamento o all'esperienza soggettiva, ma descrivono invece l'azione applicata all'ambiente.

I rinforzi dovrebbero essere selezionati e personalizzati per ogni bambino a seconda delle sue preferenze, e differenziati in modo da motivare il bambino a dare le risposte migliori. Questo significa che risposte qualitativamente migliori riceveranno rinforzi più potenti. Rinforzi potenti aiutano ad insegnare un nuovo comportamento. Un comportamento deve essere rinforzato frequentemente. Inizialmente può essere necessario rinforzare il comportamento ogni volta che si verifica, una volta consolidatosi, ovvero se si verifica in modo affidabile e coerente, può di solito essere mantenuto con un programma intermittente di rinforzo

Aiuto (Prompting)

Un aiuto è uno stimolo supplementare usato per guidare la risposta. Si usa un aiuto per sopportare le prestazioni e per aumentare la probabilità che si verifichi un certo comportamento.

Le modalità di aiuto comprendono, in ordine decrescente di intrusività:

L'aiuto permette al bambino di ottenere più rinforzi, diminuendo la frustrazione e aumentando la motivazione.

Attenuazione (Fading)

L'aiuto presenta lo svantaggio di indurre dipendenza. Per questo deve essere attenuato gradualmente passando dal più intrusivo al meno intrusivo, appena possibile. L'attenuazione di una consegna o di un aiuto innaturale permette al bambino di rispondere a stimoli più naturali.

Modellamento (Shaping)

Comporta il rinforzo di approssimazioni successive ad un obiettivo comportamentale desiderato finché l'obiettivo è raggiunto. Per esempio, nell'insegnare a nuotare, attendere a dare il rinforzo che il bambino si decida ad attraversare a nuoto la piscina sarebbe una inutile perdita di tempo. E' più efficace al raggiungimento del comportamento desiderato (nuotare) rinforzare piccole tappe come galleggiare, battere i piedi, muovere le braccia, e cosi via, finché il bambino sia effettivamente in grado di nuotare.

Per applicare lo shaping, si sceglie un comportamento realisticamente alla portata del bambino che si avvicini in qualche modo al comportamento bersaglio. Si rinforza in modo differenziale quel comportamento finché si verifica con frequenza. Una volta instaurata un'alta frequenza del comportamento, il criterio di rinforzo viene cambiato leggermente per ottenere un altro comportamento che rappresenti un'approssimazione più vicina al comportamento bersaglio. Si continua per tappe successive fino a raggiungere il comportamento bersaglio.

Concatenamento (Chaining) - In Avanti e A Ritroso.

Il concatenamento in avanti comporta la frammentazione di un compito complesso in una sequenza di tappe e l'insegnamento della prima tappa per prima, poi della seconda, della terza, e così via. Il concatenamento a ritroso comporta la frammentazione di un compito complesso in una sequenza di tappe e l'insegnamento dell'ultima tappa per prima, seguita dalla penultima, e così via.

Analisi Del Compito (Task Analysis)

L'analisi del compito facilita e motiva all'apprendimento, rendendolo più prevedibile e logico, favorendo la coerenza dell'insegnamento fra insegnanti diversi e la valutazione dell'insegnamento e dei suoi esiti sul bambino. Quando è usata come parte del programma di gestione del comportamento, la task analysis è particolarmente utile nel programmare momenti presumibilmente problematici, come le transizioni, le attività poco strutturate, ecc.

Insegnamento Incidentale

L'insegnamento incidentale prevede di strutturare l'ambiente in modo da motivare il bambino a mettere in pratica il comportamento bersaglio desiderato, per esempio mettendo oggetti attraenti in vista ma fuori della portata del bambino, offrendo porzioni piccole o inadeguato di materiale in modo che il bambino sia costretto a chiederne ancora, pianificando le attività in modo che il bambino sia costretto a chiedere aiuto, sabotando l'attività in modo che il bambino sia costretto a richiedere il materiale che manca, introducendo un elemento di disturbo per distrarre il bambino dal compito o per interrompere l'attività, in modo che il bambino chieda di smetterla di prenderlo in giro, fare qualcosa che contrasti con le aspettative del bambino (per esempio: in una giornata fredda dirgli "prendi la tua borsa del nuoto e usciamo a fare un bagno"). La strutturazione dell'ambiente motiverà il bambino ad acquisire la competenza.

D.D.T. - DISCRETE TRIAL TRAINING (insegnamento in Sessioni Separate)

Il Discrete Trial Training (insegnamento in Sessioni Separate) è un tipo di intervento comportamentale nel quale vengono tipicamente insegnate competenze attraverso una procedura che comprende tre componenti. La prima componente è l'istruzione o domanda (SD = Stimolo Discriminante), che costituisce lo stimolo antecedente che porterà al controllo del comportamento. Nelle prime fasi dell'intervento può essere accompagnata da un "prompt" (aiuto), ovvero uno stimolo aggiuntivo per guidare la risposta del bambino. La seconda componente è la risposta, corretta, non corretta o mancata, del bambino (= R).

La terza componente è la conseguenza alla risposta del bambino (Stimolo di Rinforzo = SR), che varia a seconda che la risposta sia stata corretta o meno: per incoraggiare una risposta corretta verrà somministrato un rinforzo positivo, mentre una risposta scorretta verrà seguita da una "punizione" (un NO o un'espressione accigliata) o dall'assenza di rinforzo. Le tre componenti del DTT possono essere rappresentate dal seguente diagramma:

Questo insegnamento a tre componenti viene presentato in serie successive di compiti, ed i progressi del bambino vengono valutati determinando la percentuale di risposte corrette. Se si riscontrano progressi inadeguati, si possono apportare svariate modifiche, che comprendono le modalità d'istruzione, l'aggiunta di aiuti, la natura dei rinforzi, e così via. Inoltre il comportamento bersaglio che si vuole insegnare può essere suddiviso in componenti più piccole, in modo da facilitare il compito.

La natura altamente strutturata e ripetitiva del DDT non si limita alle tre componenti della procedura: anche le modalità di presentazione degli stimoli, il ritmo e, le successive approssimazioni alle risposte corrette vengono definite secondo regole precise. L'aderenza a queste regole riveste un'importanza fondamentale sia per l'efficacia del trattamento che per determinare le modalità di somministrazione da modificare al bisogno.

L'Approccio DTT al Trattamento prevede un insegnamento didattico comportamentale in cui:

Discrete Trial: Come Si Fa

1. Si predispone la sessione d'insegnamento

2. Si presenta una consegna (Sd)

  1. Facilmente distinguibile da altre consegne

  2. Non ambigua

3. Si introduce un aiuto

  1. Efficace

  2. Attenuato gradualmente

4. Lo studente risponde (Comportamento)

6. Si procura una Conseguenza

  1. Contingente/coerente

  2. Immediata

  3. Non ambigua

Le 12 Regole dell'insegnamento In Sessioni Separate (Discrete Trial)

I TRATTAMENTI COMPORTAMENTALI POSSONO  PORTARE ALLA GUARIGIONE?

Lo studio di Lovaas del 1987
(da: Sally J. Rogers, Buone pratiche nell'intervento precoce per l'autismo)

La questione della guarigione dall'autismo fu affrontata da un rapporto pubblicato nel 1987 da Ivar Lovaas, psicologo presso l'UCLA (University of California Los Angeles).

Lo studio valutava gli esiti di due anni di trattamento comportamentale in 38 bambini con autismo in età precoce (meno di 41 mesi all'inizio della sperimentazione), a confronto con un gruppo di 21 bambini che non avevano ricevuto alcun trattamento (gruppo di controllo 2). Dei bambini trattati, 19 ricevevano un trattamento intensivo in rapporto 1:1 per 40 ore alla settimana (gruppo sperimentale), mentre 19 venivano trattati con le stesse modalità per 10 ore alla settimana (gruppo di controllo 1). Il tipo di trattamento somministrato consisteva in un approccio educativo comportamentale definito come Discrete Trial Training (insegnamento in Sessioni Separate).

Il trattamento intensivo veniva somministrato a scuola, a casa e nella comunità da terapisti e studenti formati. I genitori venivano istruiti a somministrare il trattamento a casa e prendevano parte all'intervento.

I risultati della sperimentazione furono impressionanti: il 47% dei bambini appartenenti al gruppo sperimentale, che avevano ricevuto 40 ore di trattamento intensivo individuale alla settimana, aveva raggiunto un "funzionamento normale", definito tale sulla base di punteggi di QI nella norma, e un successo dell'inserimento in prima elementare in classi "nomali" senza alcun sostegno, mentre il 43% mostrava comunque di aver raggiunto, se non un funzionamento "normale", progressi sostanziali.

Il rapporto della sperimentazione riportava quindi esiti positivi nel 90% dei bambini trattati intensivamente per due anni, mentre solo il 10% non aveva raggiunto progressi significativi. Viceversa, gli esiti dei gruppi di controllo erano scarsi: solo un bambino dei gruppo di controllo 2 (nessun trattamento), e nessuno dei gruppo di controllo 1 (trattamento per 10 ore/settimana) aveva raggiunto i criteri di un funzionamento definito "normale". Inoltre, i bambini trattati intensivamente furono seguiti per un periodo dai 9 ai 19 anni di età, e fu riportato dai genitori che avevano mantenuto i progressi acquisiti nell'ambito del QI e del comportamento adattivo.

LE CRITICHE ALLO STUDIO DI LOVAAS
(da L. Schreibman, The Science and Fiction of Autism)

Il lavoro di Lovaas diffondeva il messaggio che molti bambini autistici potevano guarire, e suscitò comprensibilmente l'entusiasmo di genitori e operatori del settore. Tuttavia, ad un esame più approfondito, la comunità scientifica trovò nello studio alcuni punti deboli, che sollevavano molte perplessità.

1. Selezione dei bambini trattati.

Dal punto di vista metodologico, i dubbi più seri riguardavano la selezione del campione esaminato. I bambini dello studio infatti erano stati assegnati ai gruppi non casualmente, ma secondo una scelta basata sulla disponibilità di studenti terapisti e sulla prossimità geografica delle famiglie all'UCLA. Inoltre, lo studio aveva criteri molto specifici di ammissione alla sperimentazione che escludevano a priori una certa percentuale di bambini (il 15% secondo Lovaas, molti di più secondo altri clinici e ricercatori, che affermano che i criteri di selezione adottati da Lovaas avrebbero escluso oltre il 50% della loro popolazione di bambini con autismo). Inoltre, per ammissione dello stesso Lovaas, i bambini selezionati per il suo studio e inseriti nel gruppo destinato al trattamento intensivo presentavano un funzionamento più alto della media dei bambini con autismo. Per di più i bambini del gruppo trattato intensivamente avevano in media un'età cronologica inferiore di 6 mesi a quella dei bambini dei gruppi di controllo.

2. Definizione di "normalità".

La definizione di funzionamento "normale" basata sui punteggi del QI e sul successo accademico nella scuola elementare non escludeva che i bambini in questione presentassero deficit sociali, comportamenti ossessivi o interessi ristretti, né esistevano dati a supporto della "normalità" funzionale dei bambini al di fuori delle affermazioni degli insegnanti, che li definivano "indistinguibili" dai compagni di scuola.

3. Test di valutazione.

Si criticò poi il fatto si fossero usati test diversi di valutazione del funzionamento cognitivo, e che quando si erano usati gli stessi test per lo stesso bambino, questi erano stati somministrati con modalità diverse in momenti diversi dello studio.

4. Applicabilità del modello.

Anche l'intensività del trattamento per 40 ore a settimana destava qualche perplessità: quali e quanti centri avrebbero ottenuto fondi regolari adeguati a finanziare le risorse umane, l'organizzazione e la formazione dei personale, necessari per riapplicare estensivamente il trattamento di Lovaas nella pratica clinica, al di fuori di un progetto di ricerca? Si calcola infatti che un trattamento intensivo in rapporto 1:1 per 40 ore alla settimana costi approssimativamente 60.000 $ o più all'anno per ogni utente. Una cifra elevata, che non sarebbe comunque eticamente accettabile negare di fronte a esiti sicuramente positivi, e che anzi potrebbe essere considerata un ottimo investimento, se paragonata al costo di assicurare servizi a vita per ogni persona con autismo, stimato intorno ai 5 milioni di dollari. In ogni caso, se i risultati di Lovaas fossero stati replicabili, sarebbe eticamente corretto impegnarsi ad adottarne e diffonderne il programma di trattamento al di là dei costi.

Tuttavia lo studio di Lovaas non paragona l'efficacia del suo programma a quella di un altro trattamento. In sostanza, quello che lo studio di Lovaas dei 1987 dimostra è semplicemente che somministrare più precocemente e più intensivamente un buon programma è meglio che somministrarlo tardivamente e con meno intensità o non somministrarlo affatto.

5. Replicabilità dei risultati.

Tuttavia, le perplessità più serie sulle conclusioni dello studio di Lovaas del 1987 riguardano proprio il fatto che nessun altro clinico ricercatore, né lo stesso Lovaas in studi successivi, è stato in grado di riprodurne i risultati.

STUDI DI EFFICACIA SUL MODELLO DI TRATTAMENTO DI LOVAAS

Nel 2000, Smith et al, tentarono di replicare lo studio di Lovaas su gruppi di bambini selezionati a random (ovvero casualmente), usando in modo coerente strumenti di valutazione uniformi e suddividendo il campione trattato intensivamente (28 bambini) in sottogruppi numericamente uguali, di cui uno con diagnosi di Autismo classico (14 bambini), l'altro con diagnosi di PDDNOS (14 bambini). Tutti i bambini del campione ricevettero un trattamento di 25 ore alla settimana per 1 anno, con i seguenti risultati:

TERAPIE MIRACOLOSE O BUFALE?

(da L. Schreibman, The Science and Fiction of Autism)

Esistono trattamenti - quelli che Byrna Siegel, con un eufemismo fin troppo gentile, chiama "pensaci due volte" - che genitori e operatori dovrebbero soppesare con cautela, perché non ne è mai stata riscontrata alcuna utilità per l'autismo. Alcuni, come l'ippoterapia, sono relativamente innocui, e almeno non fanno danni, altri sono più decisamente nefasti.

Di solito la loro diffusione prende il via da racconti aneddotici, seguiti da strombazzamenti sui media e dall'entusiasmo di operatori e genitori speranzosi. Molte ragioni contribuiscono a rendere estremamente attraenti i trattamenti più discutibili, dall'assenza di una terapia ben definita per l'autismo, all'effetto placebo che si verifica quando la speranza porta alla percezione di miglioramenti inesistenti - alla pressione a riconoscere cambiamenti quando si è investito molto tempo e denaro in un programma di trattamento.

LA COMUNICAZIONE FACILITATA

La Comunicazione Facilitata (CF) è l'esempio più eclatante di un trattamento per l'autismo ampiamente diffuso ed adottato, anche se in ultima analisi screditato, che testimonia l'effetto devastante dell'emotività, delle campagne pubblicitarie e delle credenze irrazionali nell'ostacolare la valutazione critica di un trattamento.

La comunicazione facilitata è un sistema di comunicazione aumentativa che fu sviluppato per la prima volta negli anni '70 in Australia da Rosemary Crossley, insegnante presso un istituto per bambini cerebrolesi a Melbourne. Sospettando che alcuni dei suoi alunni fossero molto più capaci di quanto si pensasse, e che la foro condizione di disabilità impedisse loro di mostrare le proprie capacità, sviluppò un sistema in cui il bambino fosse aiutato a scrivere su una tastiera per mezzo di un supporto fisico - che consisteva nel sostenere la sua mano, il polso o nel toccargli la spalla - in modo che potesse battere sui tasti le lettere necessarie a comporre un messaggio. Usando questa facilitazione, sembrava che quei bambini, intrappolati in un corpo oppositivo, potessero esprimere pensieri sofisticati.

Douglas Biklen, Professore di Educazione Speciale presso l'Università di Syracuse, convinto che la CF avrebbe funzionato anche nell'autismo, la portò negli Stati Uniti dove esplose come un incendio. Biklen raccontava che i bambini che aveva visto usare la CF potevano comunicare esprimendo con termini appropriati concetti, consapevolezze sociali ed emozioni sofisticate. Con la CF, bambini che erano stati etichettati come gravemente ritardati e autistici, dicevano ai loro genitori che li amavano, ed esprimevano desideri profondi come "voglio che la società mi accetti per quello che sono senza giudicarmi".

Principi della Comunicazione Facilitata

Secondo Biklen, la maggior parte delle persone con autismo non avevano disabilità cognitive, ma difficoltà nell'espressione motoria della comunicazione, dovuta a difficoltà di prassia (ovvero di programmazione ed esecuzione dei movimenti). L'assistenza del facilitatore, stabilizzando la mano, permetterebbe alla persona autistica di comunicare senza l'interferenza di movimenti involontari, e, prevenendo gli errori, di trovare la parola corretta per esprimere ciò che vuole dire. Il fatto che bambini muti o quasi, senza controllo sfinterico, potessero esprimersi con concetti e forme grammaticali complesse, veniva da Biklen attribuito all'esposizione al linguaggio scritto e parlato attraverso la scuola, la televisione, la famiglia, anche al di fuori di un insegnamento formale. La CF insomma cambiava completamente il concetto stesso di autismo, non più considerato un disturbo dell'interazione sociale e della comunicazione, ma un disturbo puramente motorio.

Come si può capire, la CF si conquistò immediatamente un'enorme popolarità e fu adottata da molti genitori e operatori, perché mostrava che le persone con autismo erano molto più "intelligenti" e sensibili di quanto si fosse sospettato, tanto che anche quelle ritenute più gravemente disabili erano in grado di esprimere emozioni profonde, scrivere poesie, comporre saggi, impegnarsi in discussioni filosofiche, risolvere problemi di matematica e dichiarare posizioni politiche.

Era quello che genitori e operatori avevano sperato e sognato da tanti anni: la chiave per aprire la mente autistica alla comunicazione. I media strillavano al "miracolo", parlavano di liberazione dalla prigione dell'autismo; insegnanti entusiasti erano convinti che i loro alunni avessero raggiunto livelli inaspettati di istruzione e competenza.

L'Università di Syracuse fondò un Istituto, diretto da Biklen, per diffondere ulteriormente la Comunicazione Facilitata. Operatori e genitori ne furono catturati e si mobilitarono per difendere fieramente la CF da qualunque critica.

La Comunicazione Facilitata funziona?

No. Ed è davvero inusuale che la CF abbia potuto godere di tale popolarità e diffusione prima di essere scrutinata e validata come qualunque altro nuovo trattamento. In effetti, ci volle del tempo prima che la CF fosse sottoposta al vaglio della ricerca, anche perchè l'entusiasmo cieco di chi l'abbracciava non sopportava critiche, e chi esprimeva dubbi sulla CF veniva attaccato con rabbiosa veemenza dai suoi sostenitori.

Quando fu finalmente sottoposta a test di valutazione, la CF crollò miseramente come un castello di carte. Ci volle poco a capire, al di là di ogni dubbio, che non era lo studente a scrivere, ma il facilitatore. In una situazione di test in cui allo studente e al facilitatore venivano rivolte, a loro insaputa, domande diverse, la risposta scritta dallo studente era sempre coerente con la domanda rivolta al facilitatore. Lo stesso accadeva con immagini e con informazioni date allo studente ma non al facilitatore: lo studente facilitato non era in grado di scrivere il nome dell'immagine che solo lui aveva visto, né di utilizzare informazioni che solo lui aveva ricevuto.

A fronte di una mole di evidenze scientifiche che indicano nel facilitatore l'autore dei messaggi, i pochi studi che hanno mostrato esiti positivi presentano limiti metodologici tali da risultare per lo meno ambigui. Per di più, i problemi di prassia motoria evocata da Biklen come causa dei problemi di comunicazione non sono mai stati trovati tipicamente associati all'autismo, come pure la difficoltà a trovare le parole.

Di fronte alle evidenze scientifiche, Biklen sostenne che per la riuscita della CF è necessario che il facilitato e il facilitatore condividano un sentimento di fiducia e di empatia. Sottoporre la CF a test significa infrangere questa fiducia, e questo sarebbe il motivo del suo fallimento alla validazione. Strana contestazione da parte di chi regolarmente esibiva le capacità espresse da studenti autistici attraverso la CF in sale di conferenza gremite da un pubblico di centinaia di persone.

Alcuni mentori della CF arrivarono a sostenere che fra facilitato e facilitatore di creava un legame telepatico, e che il facilitato era in grado di leggere nella mente dei facilitatore le informazioni contenute nei suoi scritti che non poteva verosimilmente conoscere. E' importante sottolineare che i facilitatori non sono in mala fede, piuttosto sembrano inconsapevoli del loro ruolo effettivo. Molti rimasero scioccati dai risultati dei test, e interpretarono il proprio errore con la pressione sociale ad ottenere successi ad ogni costo, e con il clima di fanatismo dei corsi sulla CF. Comunque, alla fine, la ragionevolezza prese il sopravvento.

Il lato oscuro della Comunicazione Facilitata.

Con la CF, persone gravemente disabili e dipendenti, mute e perfino incontinenti, erano uscite dai circuiti della disabilità intellettiva per essere inserite in corsi universitari e attività culturali adatte all'età. Era troppo bello per essere vero? Assolutamente sì, e purtroppo non solo la CF si rivelò un sistema di comunicazione inefficace per l'autismo, ma causò immani tragedie nella vita di famiglie i cui bambini avevano ricevuto questo trattamento.

Non solo la Comunicazione Facilitata è una bufala, ma non è certamente innocua. Ci furono da parte di persone autistiche facilitate accuse agghiaccianti alle famiglie, che portarono all'allontanamento dei bambini da casa e a processi infamanti quanto ingiusti ai genitori, le cui vite restarono segnate per sempre. Ci furono gli effetti negativi sullo sviluppo dei bambini trattati con la CF causati dalla deprivazione da forme di trattamento appropriata, e dagli insuccessi sperimentati in ambienti e situazioni educativi inadeguate. Ci furono decisioni avventati attribuite alle persone con autismo su programmi educativi e trattamenti medici. Ci furono e ci sono, soprattutto, le speranze infrante di tanti genitori.

LE PSICOTERAPIE PSICODINAMICHE

Il trattamento psicodinamico per l'autismo cominciò ad affermarsi negli anni '40, contemporaneamente all'identificazione dell'autismo come entità nosologica, e negli anni '40 e '50 rappresentava in pratica l'unico tipo di trattamento disponibile. La sua popolarità rifletteva piuttosto la diffusione prevalente delle teorie psicodinamiche di quegli anni che una sua efficacia dimostrata.

Principi del trattamento psicodinamico

Il trattamento psicodinamico è basato su un concetto dell'autismo come risultato di un ritiro del bambino da un ambiente percepito come ostile, spaventoso e pericoloso a causa di una psicopatologia dei genitori (e in particolare della madre) che, interpretando come un rifiuto i normali episodi di frustrazione e di ritiro del bambino, reagirebbero con ostilità invece che con coccole e protezione. A causa della paura suscitata dall'ambiente ostile, il bambino si ritirerebbe in quella che Bettelheim chiamava "fortezza vuota", con conseguente arresto dello sviluppo dell'io, essendo le energie libidiche del bambino spese per difendersi dall'ambiente ostile.

Sulla base di questo modello si sono sviluppati due tipi di trattamento: uno rivolto al bambino e l'altro ai genitori.

Il maggior fautore dell'approccio psicodinamico per l'autismo fu Bruno Bettelheim, direttore della Sonia Shankman Orthogenic School di Chicago.

Bettelheim proponeva di ricreare per il bambino un mondo completamente diverso dall'ambiente terrificante nel quale veniva abbandonato alla sua disperazione, un mondo nel quale si sentisse accolto senza pregiudizio,

Il trattamento prevedeva l'allontanamento del bambino da casa e dalla famiglia, ritenuta responsabile del ritiro autistico, per inserirlo in un ambiente residenziale con "surrogati" di genitori (i terapisti) che gli davano il sostegno di cui era stato privato a casa, accettandolo e incoraggiandolo ad esprimere i propri sentimenti ed a fare esperienze senza paura, frustrazione o costrizione. Le procedure dei trattamenti basati sul modello psicodinamico non sono descritte accuratamente. Il bambino viene genericamente incoraggiato a mettere in atto qualunque comportamento per esprimere la propria autonomia e, con questa, il senso del sé. Questo porterebbe il bambino a sviluppare un senso di fiducia in sé e nell'ambiente, dal quale non avrebbe più bisogno di difendersi.

Il trattamento per i genitori consiste in una psicoanalisi finalizzata a identificare la psicopatologia sottostante che causa il rifiuto del bambino, allo scopo di portare alla luce i conflitti inconsci che hanno determinato il fallimento del loro ruolo genitoriale nei confronti del bambino.

Le psicoterapie psicodinamiche funzionano?

Non esiste alcuna evidenza empirica oggettiva a supporto dell'efficacia del modello psicodinamico per l'autismo. Nemmeno Bettelheim ha mai prodotto alcun dato consistente a riprova dei pretesi miglioramenti nei bambini trattati, al di là di qualche racconto di episodi isolati di miglioramento in bambini che non avevano comunque mai ricevuto una diagnosi certa di autismo.

Fra le numerose critiche rivolte a questi tipi di trattamenti, la prima è che si basano su un assunto sbagliato: è stato infatti ampiamente smentito che i genitori possano essere la causa dell’autismo, e non esistono evidenze che i bambini con autismo siano stati esposti alle condizioni negative che gli psicanalisti giudicano determinanti per la sua comparsa. In secondo luogo, i tentativi di validazione empirica di questi approcci non ne hanno sopportato l'efficacia. Di fatto già nel 1975 il National lnstitute of Mental Health riassumeva i risultati di molti anni di ricerche concludendo che questo tipo di terapia non si era dimostrata efficace per i disturbi dello spettro autistico. Un altro grave problema insito in questo approccio è l'inutile colpevolizzazione dei genitori per il disturbo del loro bambino. Questa teoria falsa e crudele ha causato incommensurabile dolore ai genitori, già provati dalle difficoltà di crescere un figlio con una grave disabilità.

Un altro ancora è che l'ambiente permissivo dei trattamenti psicodinamici può essere controproducente per il bambino. L'accettazione, o addirittura l'incoraggiamento, di comportamenti inappropriati come l'aggressività - può avere l'effetto di rinforzarli. Infine l'esclusione dei genitori dal trattamento si traduce nella perdita di una risorsa cruciale per il successo dell'intervento.

Malgrado l'assenza di validazione empirica e gli altri problemi associati, il trattamento psicodinamico conta ancora una minoranza di seguaci, anche se non è più considerato un approccio indicato per l'autismo.

ELEMENTI DA CONSIDERARE NELLA SCELTA DEL TRATTAMENTO

(da Sally J. Rogers, Buone pratiche nell'intervento precoce per l'autismo)

Poiché sussistono scarse evidenze empiriche a sostegno della superiorità di un modello d'intervento validato o presumibilmente efficace) rispetto ad altri, gli elementi da considerare nella scelta del tipo di trattamento sono:

tenendo presente che:

EFFICACIA DEI TRATTAMENTI PER L'AUTISMO

(da L. Shreibman, The Science and Fiction of Autism)

Tipi di Trattamento

 Approcci

Modello

 EFFICACI

PRESUMIBILMENTE EFFICACI

DI DUBBIA EFFICACIA

INEFFICACI

 

(validati)

(non validati ma basati su elementi validati)

(solo rapporti aneddotici su singoli casi)

(nessuna evidenza di efficacia)

 COMPORTAMENTALI
 (ABA)

DTT

LOVAAS

 

  

Naturalistici

PRT

 

 

EVOLUTIVI

DIR

  

 

 

TEACCH

 

DENVER

 

  

PSICOTERAPIE PSICODINAMICHE

  

 

TERAPIE SENSORIALI

AIT (Auditory Integration therapy)

 

 

  

SIT (Sensory Integration therapy)

 

FARMACI E TERAPIE NUTRIZIONALI

Secretina

 

Vitamine

 

Diete

 

Farmaci

 

ALTRI

Comunicazione facilitata

  

 

Options Therapy

 

Pet (Animals) Therapy

 


BIBLIOGRAFIA

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Schrelbman, L. The Science and Fiction of Autism, Harvard University press, (2005)

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Aggiornato al 28/02/2011

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