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Testimonianze
da "La rosa blu"
rivista ANFFAS onlus sulla disabilità, anno XV n° 1 maggio 2007
Intervento conclusivo del dott. Giuseppe Anzani (*) al convegno "Cosa farà da grande? Quale futuro l'aspetta?" organizzato da Anffas Onlus Como e svoltosi a Como il 10/11 novembre 2006
(*) Magistrato, giornalista pubblicista del quotidiano "L'Avvenire"
e sostenitore di Anffas Onlus Como
Quante cose ho imparato stamattina, fra tanti insegnamenti di scienza e tante emozioni. E' stato come l'accendersi di riflettori sopra una società che sappiamo competitiva, anzi in questi tempi persino accanita nel mettere in gara i suoi membri con la pseudo-virtù di dar premio ai più dotati.
E i deboli, e i fragili, gli svantaggiati?
Abbiamo visto delinearsi l'esigenza "vitale" - la vita conta più di tutte le altre cose - di una accoglienza; l'ho sentita, direi l'ho vista, mi è apparsa come la doppia parentesi (l'abbraccio) di due grandi mani che custodiscono la vita: il vivere, l'esserci, l'essere amati.
Non negate il dolore. Nei territori della disabilità abita anche il dolore, e la presenza di questo "mistero" ci percuote nel profondo, ci appare disavventura. Non negate il dolore, Nel dolore non c'è colpa, non c'è vergogna. E insieme non negate la diversità.
Ho sentito dire qualche giusta schermaglia sulle denominazioni. Forse non è questo che fa il problema, fra i tanti che ci assillano, ma trovo che chiamare le cose col loro nome ha una sua dignità. Una volta, tanti anni fa, ricordo, sentii bussare alla mia porta di casa, aprii e chiesi "chi è?" e mi trovai davanti uno sconosciuto, dall'aspetto malconcio; e mi rispose con una sicura naturalezza: "sono un povero". Aveva una sguardo mite, quieto, disse "un povero" con una punta di nobiltà. Non mi venne per nulla in mente di dire: "ma no, che dice, lei è un diversamente ricco" e di lì in poi ho capito che la nobiltà dell'essere, in ogni condizione della persona umana, non ha bisogno di mascheramenti verbali.
Noi non possediamo la magia di eliminare il dolore e la diversità che si accompagnano alla "disabilità"; e in qualche modo bisognerà far pace col vero, immaginando che il superamento avverrà non attraverso un "addestramento", ma attraverso una rilettura della vita e delle sue conquiste (la vita come arte, come "ludus" - arte e scuola insieme - cioè arte di vivere) e con tutte le rimonte necessarie. In fondo, ciò che esprime l'ineguagliabile novità dell'uomo fra le creature del cosmo, l'uomo pur soverchiato in abilità da cento altre creature (nella finezza dei sensi, dell'occhio e del fiuto, nella potenza fisica del salto e della corsa e della forza), appartiene al mondo dello spirito. E lo spirito umano è uno, regale, nobile in tutte le condizioni del corpo e della psiche. Nello spirito l'arte della vita, la sua bellezza.
Ho visto sull'opuscolo che ho sfogliato stamattina alcune foto, ho letto alcune parole che mi hanno colpito per la loro nitidezza. Ho pensato che la storica cocciutaggine (un po' somara) con la quale abbiamo a volte cercato il cosiddetto "inserimento" sbrigativo (che può diventare un esilio inverso) ha dovuto pagare i suoi errori. Ricordo che quando ero giudice del lavoro mi capitò la vicenda di un ragazzo disabile, inserito a lavorare in una falegnameria a svolgere mansioni che consistevano nel levigare con la carta vetrata un pezzo di legno, sempre quello, da mattina a sera. Aveva il salario, si capisce; ma era provvidenza di legge o crudeltà, quella condizione di lavoro?
Ho fatto questo cenno perchè penso che i nostri sogni di "omogeneizzare" in simile modo la condizione sociale, sono fallaci. Invece, l'omogeneità che desideriamo è quella che è emersa stamane da alcune confidenze ascoltate: cioè la coscienza del convivere (rassicurazione del "permesso di vivere"), il reciproco abbraccio vitale, quel prendersi cura che, al di là delle funzioni assistenziali degli enti pubblici, costituisce per le persone il nocciolo del "comandamento nuovo".
E' una civiltà diversa da quella della competizione, la civiltà dell'amore.
Così, noi frattanto ci interroghiamo su "quale futuro" sarà in sorte ai nostri figli. Diciamo "io ora sono la sentinella, non c'è sonno o fatica che mai mi abbia schiodato o distolto dalle stendere l'ala protettiva sopra questo mio figlio che mi sta nel cuore; ma quando non ci sarò più, che futuro avrà, mio figlio?". Peso tutta l'angoscia e rispondo. Rispondo però con un'altra domanda: " E se non ci fosse più il padre e la madre di quell'altro, di quel figlio d'altri, tu faresti qualcosa per lui? Per quel figlio non tuo?" Sono sicuro che se la risposta è "sì" il problema del futuro è risolto, nel futuro posso sperare.
E' l'avere introdotto la "familiarità" con l'handicap, con la disabilità, col suo dolore anche, dentro il cuore attraverso il canale della genitorialità, che ci dischiude l'orizzonte completo sull'identico dolore e sull'identica fatica che abita accanto, e che chiede una familiarità più diffusa, condivisa, solidale. Mi viene in mente un esempio limite, forse uno shock, quando le cronache raccontano che un bambino disabile viene abbandonato alla nascita: fioriscono a gara le coppie che ne chiedono l'adozione. Perchè il "figlio" è figlio quando lo generi, ma anche più quando cominci a volergli bene: è il tuo amore che gli dà identità, lo chiama per nome, lo fa essere. Se è così, se si diffonde nella cultura collettiva l'attenzione sollecita al dolore altrui, allora il futuro sarà quello in cui noi possiamo sperare.
Ho detto sperare, e non semplicemente "confidare", o attendere. La speranza è una cosa più forte, la speranza è una virtù. Ma attenzione, perchè sperare vuol dire al tempo stesso promettere. Noi di solito chiamiamo speranza invece qualcosa di invocato che possa piovere, in buona sorte, sopra di noi. Non è così: la speranza è come una promessa; possiamo sperare, umanamente, esattamente ciò che ci riusciamo a promettere: e se promettiamo questa solidarietà per il dolore degli altri, in reciprocità, il futuro sperato è già racchiuso in questa nostra promessa.
Aggiornato al 28/02/2011 |